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Omelia del Vescovo Careggio per l'inaugurazione dei lavori di restauro all'oratorio di Castellaro




Castellaro - "Non perdere di vista il recupero dell’uomo e della società. Restituire al culto un luogo sacro è certamente un importante evento di fede e di cultura: arricchisce il credente e offre a tutti l’opportunità di elaborare una puntuale anamnesi"

Oratorio Assunta Castellaro_esterno

Ho accolto con vivo piacere dal vostro Parroco, don Enrico Molineris, l’invito di celebrare l’Eucaristia in questa domenica in cui si inaugurano solennemente i lavori di restauro dell’Oratorio dedicato alla Vergine Maria Assunta in cielo e i nuovi locali per le attività parrocchiali.
Restituire al culto un luogo sacro è certamente un importante evento di fede e di cultura: arricchisce il credente e contestualmente offre a tutti l’opportunità di elaborare una puntuale anamnesi del cammino religioso e sociale che deve proseguire senza interruzione di continuità; se così non fosse, bisognerebbe riconoscere la definitiva rottura con il passato ed ammettere l’assurdo desiderio di voler costruire oggi una società priva di radici e, quindi, senza un futuro.
Il Magistero della Chiesa, da Paolo VI a Papa Giovanni Paolo II, come pure a Benedetto XVI, è stato decisivo nel tracciare il quadro entro il quale i beni culturali trovano la loro collocazione nella vita ordinaria della Chiesa. Nessuno, se onesto vuol essere, potrà mai rimproverare di oscurantismo la Chiesa stessa, specie nel campo dell’attività dei beni artistici quali la pittura, la scultura, l’architettura, la musica, le opere letterarie, teatrali, musicali, cinematografiche e quelle, più recenti, prodotte dai mezzi di comunicazione di massa (cfr. Giovanni Paolo II, Allocuzione alla prima assemblea plenaria della Pontificia Commissione per i beni culturali, 12 ottobre 1995, n. 3). L’Italia sovrabbonda di opere d’arte sacra ed è un preciso dovere dei cristiani interessarsene, conservarle contro il degrado e l’ingiuria dei secoli, proteggerle da indebite appropriazioni o da usi del tutto profani.
Giovanni Paolo II, nel voler dare una definizione dei beni culturali ecclesiastici, affermava che tali sono quelli “posti al servizio della missione della Chiesa”. Nelle loro molteplici espressioni essi hanno in sé e sempre una funzione umanizzante che giova allo sviluppo dell’uomo ed è quindi premessa all’evangelizzazione. Affermava ancora il Santo Padre: «Specialmente l’arte cristiana, bene culturale quanto mai significativo, continua a rendere un suo singolare servizio comunicando con straordinaria efficacia, attraverso la bellezza delle forme sensibili, la storia dell’alleanza tra Dio e l’uomo e la ricchezza del messaggio rivelato» (Id., Allocuzione alla terza assemblea plenaria della Pontificia Commissione, 31 marzo 2000, n. 3).
    Da parte mia, devo prendere atto che la Chiesa italiana, coadiuvata dall’intervento delle Sovrintendenze ai Beni Culturali, da anni sta operando in maniera egregia per il recupero ed il restauro delle opere d’arte sacra. La CEI, attraverso i fondi provenienti dell’8 per mille, quando è possibile contribuisce finanziariamente in maniera determinante. Non bisogna dimenticare la parte svolta dai Comuni che hanno, per legge, il dovere d’intervenire con specifici fondi, quelli legati all’urbanizzazione. Va poi apprezzata l’opera e le offerte dei fedeli con le loro liberalità. Qui colgo l’occasione per ringraziare davvero tutti coloro che hanno preso particolarmente a cuore quest’opera di restauro, in modo particolare il Parroco ed il prof. Adelio Anfosso.
    Ad ogni mia inaugurazione di lavori di restauro mi domando, comunque, se oggi sia sufficiente rimettere in luce un bene storico, ecclesiastico o civile, pensando di aver assolto adeguatamente il nostro debito verso il passato. Sono sempre più convinto che, quand’anche avessimo recuperato al meglio tutte le opere d’arte esistenti, rimesso in luce il ricco patrimonio archeologico ed in auge tutte le vecchie tradizioni, questo sarebbe ben poca cosa di fronte all’urgenza di intervenire per impedire la disgregazione spirituale, morale e civile in atto oggi nella nostra cosiddetta società postmoderna.
Un tempo alla domanda chi fosse l’uomo si sapeva rispondere: è una creatura di Dio, al vertice della creazione, dotata di anima e corpo, immortale per la sua spiritualità, con leggi e norme intangibili da rispettare e vivere non soltanto per l’equilibrio della singola persona, ma per il bene sociale dell’intera collettività. Oggi l’uomo cerca la sua identità a partire solo da se stesso. C’è una visione antropocentrica della vita, regna un individualismo spaventoso. Da un esame allargato su tutti i fenomeni sociali emerge sempre più evidente l’immagine parziale e non più totalizzante che egli ha della propria esistenza. In genere, più nessuna professione, come pure nessun altro compito politico o sociale, –drammaticamente neppure più la relazione familiare – sanno dare un senso, un impegno, una speranza alla vita. Ci provano gli psicologi e gli psicanalisti, sempre più chiamati ad accompagnare le fragili esistenze senza luce e senza speranza. Parlando di speranza, che cosa si può umanamente ancora desiderare quando abbiamo una tremenda paura di tutto, ci spaventa il futuro, ma ci tranquillizziamo di fronte a quella stolta ed incredibile affermazione che spesso sentiamo dire: “tutto è sotto controllo”? Come può l’uomo padroneggiare il tutto, quando non è padrone di se stesso neppure per un secondo? Togliendo Dio dal proprio orizzonte, egli smarrisce se stesso e vaga sotto un cielo che è senza stelle.
    Il vero rimedio a questo male sociale lo vedo, pertanto, in un coraggioso restauro del nostro modo di vivere perché, aperto nuovamente alla trascendenza, diventi capace di suscitare la nostalgia di Dio in coloro che l’hanno perduto. Al di là delle facili accuse e delle violenze repressioni che sin dall’inizio del Cristianesimo hanno ininterrottamente perseguitato i credenti, è pur vero che ci stiamo intiepidendo sempre più nella nostra fede. Il torpore nella vita cristiana danneggia tutti: è come il sale che, perdendo il sapore, non serve ad altro che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Quei ragazzi, che pure si sono avvicinati ai primi sacramenti dell’iniziazione cristiana e poi se ne sono allontanati, potrebbero trovare la strada del ritorno seguendo certi nostri comportamenti di vita cristiana o quelli dei genitori che, nel loro vivere, sono soprattutto esempi negativi per i loro figli? Come possono ricevere, questi poveri ragazzi, orientamenti credibili, quando spesso si offre loro una religione più di facciata che di profonde convinzioni, una religione fatta più di ritualità che di fede matura, in certi casi più un esercizio di parata, obbediente a convenzioni sociali, che non di vita coerente? Qual è il volto di Cristo che noi offriamo al mondo? Sono domande che sempre mi pongo come pastore di una diocesi. Non è certo tutto negativo, come potrebbe emergere da questa riflessione, necessariamente limitata tanto nel tempo, quanto nell’analisi. Ci sono esempi bellissimi di vita cristiana eroica dappertutto: questa è la forza che ci fa sperare sempre. Paolo, tuttavia, nella sua prima lettera ai Corinti è chiarissimo: «Ciascuno stia attento a come costruisce. … Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?... Santo è il tempio di Dio, che siete voi» (1 Cor 3, 16-17). L’autore della lettera agli Ebrei, testo considerato rivelato dalla Chiesa Cattolica, esorta così i cristiani: «Manteniamo ferma la professione della nostra fede» (Eb 4, 14).
Un terzo ed ultimo doveroso recupero è nei confronti della società, ormai tanto disgregata in tutte le sue componenti sociali, civili, amministrative, culturali e politiche. Giovanni Paolo II affermava: “Quando si sfilaccia il tessuto morale di una nazione, tutto è da temere” (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica in occasione del 50° anniversario dell'inizio della II guerra mondiale, 27 agosto 1989). Se vogliamo la pace, sia sul piano internazionale, sia su quello nazionale, dobbiamo pensare che essa si propaga in primo luogo sul terreno dei valori umani, vissuti e trasmessi dai cittadini e dai popoli. Ma quando, nel clima di agnosticismo e di relativismo, di sfrenata corsa al successo e al denaro, ognuno pensa di fare quello che gli pare e piace, la società non solo è sfilacciata, ma è distrutta alle sue basi.
Non possiamo rassegnarci a vivere in una forma di illegalità consolidata perché, si dice, non c’è “niente da fare” (cito il dramma Aspettando Godot di Tommaso Beckett). Ognuno deve fare la propria parte. La Chiesa pure, i Santi non di meno. La Vergine Maria può fare più di quanto pensiamo: «Anche dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata » (Lumen Gentium, 62). Questo prodigarsi materno non è solo per il singolo fedele, ma è per la Chiesa e per il mondo intero.
    Per questo il nostro cuore è sempre aperto alla fiducia e alla speranza.


di + Alberto Maria Careggio, Vescovo

03/09/2010

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