Santa Messa per i Cantanti

Se lodevole è stata l'iniziativa, deplorevole è stata l'assenza delle persone interessate




Sanremo - Questa è dipesa dalla totale insensibilità religiosa dei protagonisti del Festival oppure, come qualcuno sostiene, per qualche azione di boicottaggio? Il fatto esprime chiaramente lo spirito laicista e areligioso sempre più diffuso

S.E. Mons. Alberto Maria Careggio

Se lodevole è stata l'iniziativa suggerita da un noto giornalista e accolta anche quest'anno dal Vescovo, di offrire cioè la possibilità di partecipare alla Messa prefestiva da parte dei cantanti e degli operatori del Festival, come avviene per esempio per gli atleti delle Olimpiadi, deplorevole è stata purtroppo l'assenza, sabato 20 febbraio, delle persone più direttamente interessate.
Questa è dipesa dalla totale insensibilità religiosa dei protagonisti del Festival oppure, come qualcuno sostiene, per qualche azione di boicottaggio? Comunque sia, il fatto esprime chiaramente lo spirito laicista e areligioso sempre più diffuso in tutti i
settori della vita sociale (non si può dire "civile"). Spiace soprattutto sapere che da questo non sono immuni neppure alcuni sedicenti credenti e cattolici...

† Alberto Maria Careggio, Vescovo

OMELIA ALLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA. Sanremo, Chiesa degli Angeli, 20 febbraio 2010

La Chiesa è appena entrata nella Quaresima. Questo periodo, per sua natura, è simile al deserto che fa da sfondo al racconto evangelico delle tentazioni di Cristo. Come il deserto porta l’uomo all’essenziale, spogliandolo del superfluo, delle sovrastrutture sociali, delle vanità, per proiettarlo verso le poche cose fondamentali per la vita, così la Quaresima ci vuole riportare nel cuore della vita cristiana attraverso un passaggio di purificazione dello spirito. Ci prospetta questo cammino a partire dalle tre letture, legate da un sottile filo conduttore che si rifà all’esperienza tanto del singolo, quanto di un’intera comunità.
«Mio padre era un arameo errante, scese in Egitto... Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto, dove scorre latte e miele» (Dt 26). E’ la memoria che si fa ringraziamento. Potrebbe sembrare il racconto di uno qualunque tra noi. Restringendo il campo al mondo dello spettacolo e della canzone leggera, quanti sono i giovani che hanno ottenuto il successo sperato, provenendo da situazioni personali e familiari difficili. Ci sono riusciti e di questo dovrebbero ringraziare il Signore che dona i suoi talenti a larghe mani.

Se con la tua bocca proclamerai "Gesù è il Signore!" e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9). San Paolo dice a tutti chi è colui in cui egli crede e con quanta intima adesione del cuore, dell’intelligenza e della volontà, vive la sua fede.
Nel racconto delle tentazioni, infine, Gesù dice qual è il suo progetto di salvezza, tanto per sé quanto per l’uomo. Non è raggiungibile assecondando le effimere e disordinate passioni mondane, ma nel loro superamento che passa attraverso la tentazione e la lotta. Ci ricorda che l’uomo è grande e si salva, se vive di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio.
Possono avere queste riflessioni un legame con l’evento del Festival che ogni anno polarizza una gran parte d’Italiani e si diffonde all’estero proponendosi come un fatto di cultura? La risposta mi sembra essere positiva, senza temere di essere tacciato di voler mescolare a tutti i costi il sacro al profano, il nobile al volgare, l’assoluto di Dio all’effimero di una canzone. Va pur detto che il Vescovo di questa Diocesi non può fare a meno di confrontarsi col Festival della Canzone, sia per il suo enorme impatto mediatico e sociale, sia per quello che esso rappresenta per la città di Sanremo. La Chiesa non può ignorare che la presenza della musica sul nostro pianeta, se non subentrano altri scenari devastanti come una guerra od una catastrofe naturale, sia destinata ad aumentare sempre più. Inoltre, la canzone non ha perso la sua capacità di essere metafora della realtà umana, nonostante tutte le evoluzioni degli stili e delle mode canore. Rimane anche questa una voce che interpreta le tendenze del pensiero, l’evolversi delle idee e del costume di una società. La Chiesa non la può ignorare, perché anche qui c’è l’uomo. Del resto, loro sanno che, organizzato dalla nostra Dioces,i ogni anno sullo stesso palco dell’Ariston si svolge il “Jubilmusic”, una rassegna di canzoni ispirate alla Christian Music ed è grande il concorso del pubblico e la risonanza sui media nazionali.

Da sessant’anni il Festival della Canzone di Sanremo è sulla scena con una folla di cantanti, un importante coinvolgimento di presentatori e un ricco catalogo di temi. Nel corso del tempo, quest’ultimi sono andati evolvendo. Intrecciandosi, hanno prodotto testi che, nel loro genere, vanno colti non solo come veicoli di sensazioni musicali, ma come lo spaccato di un mondo sazio e disperato che vive, soffre, bestemmia, s’infanga, si scaglia contro gli stereotipi imposti dai condizionamenti sociali, ma che vuole pure amare, possibilmente di un amore nobile, con i suoi momenti ora di tenerezza, ora di solitudine, ora di abbandono. C’è chi ha il coraggio di dire come Nino D’Angelo: «Non mostriamo solo cose brutte»! In tal senso, si può, dunque, cantare anche l’amore patriottico, quello verso il Creato e quello verso la propria terra d’origine, soleggiata e romantica come quella napoletana. Per capire tutto questo occorre soffermarsi più sui testi e sulla musica; il resto è sempre stato spettacolo fine a se stesso, cabaret, sfarfallamento che porta ad aver l’ali bruciate, riempimento sulla scia di un consumismo da platea.

Benedetto XVI ha recentemente definito gli artisti “custodi della bellezza e testimoni della speranza”. «La bellezza, come la verità - ha detto il Papa citando Paolo VI - è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo» (22 novembre 2009). La bellezza e la verità possono scaturire anche dal Festival di Sanremo, ricordando il testo di una canzone presentata al Festival di quest’anno: «La verità è come il vetro, che è trasparente se non appannato» (Cristicchi).
Sessant’anni son passati dal lontano 1951, quando Nilla Pizzi vinse la prima competizione con la canzone “Grazie dei fiori”. In questi giorni l’eco del ricordo è riverberato su tutto. Ma bando alla retorica! Quante belle storie e quante suggestive immagini, ma anche quante falsificazioni col tempo sono partite come lampi dalla “Città dei fiori”. Tra insuccessi e delusioni, tra speranze e successi, l’Italia per anni si è lasciata portare dal vento della canzone definita "leggera". Senza dubbio la vita non è una canzonetta e tutti sfiora quel senso religioso che, se colto, dà all’esistenza un significato pieno; se rifiutato la intristisce. Gesù non ha nascosto questo bisogno intimo e incancellabile di verità quando affermava: «Io sono la vita... Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

Il nostro ricordo, questa sera, è per tutti coloro che da Sanremo hanno regalato al mondo una parte della loro vita e della loro arte. Sono molti, dal lontano 1951 ad oggi, a rivivere nella nostra memoria, da Claudio Villa, a Modugno, Sergio Endrigo, per citarne solo alcuni, fino ad arrivare oggi all’indimenticabile e compianto Mike Buongiorno, legato alla più grande manifestazione canora italiana con ben undici conduzioni dal 1963 al 1997.
Era entrato nelle nostre case con il suo fare luminoso ed amabile, come protagonista di una televisione bella, ricca di interesse, propositiva e rispettosa di tutti, vorrei dire ben educata. Uomo religioso, senza dubbio, amico anche di preti e di frati. In una fresca intervista lasciata a P. Vito Magno, emerge il suo sincero interesse per la fede. Da buon cristiano, quasi invidiando la vita religiosa, diceva di aver pure fatto un pensiero di vivere qualche giorno in convento, perché, quei monaci - sono parole sue - «avvertono una gioia particolare che bisogna provare». Deceduto l’8 settembre 2009, al suo funerale Mons. Erminio De Scalzi poté affermare nell’omelia: «Mike non è stato solo un grande presentatore della TV italiana, il professionista che ha marcato con la sua presenza le diverse tappe della storia della nostra televisione. Era un uomo felice di vivere, uno sposo e padre affettuoso, una persona che suscitava amicizia, uno spirito retto, preoccupato, specie in questi ultimi tempi, che la televisione non fosse più in grado di assolvere un compito educativo, e si lasciasse andare invece alla deriva, dominata dal cattivo gusto».

Ricordiamolo sia come uomo, sia come un vero artista della comunicazione e dello spettacolo. Anche per lui vada la “corona della vita che non tramonta”, quella che il Signore ha promesso per coloro che lo amano.
Vorrei concludere con un auspicio per il Festival: che il ricordo del passato possa essere di sprone per guardare al futuro e mettere tutto l’impegno possibile per evitare che il Festival, uno degli avvenimenti italiani di maggior dimensione mediatica, non si trasformi tanto da rinnegare la sua originaria vocazione, quella cioè di essere una bella canzone per tutti, come nel pensiero del suo ideatore Amilcare Rambaldi. 

+ Mons. Alberto Maria Careggio


 

20/02/2010

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